Umbilicus Siciliae sede del più venerato culto di Cerere, dea dell’ecologia ante litteram

Se ne sta adagiato tra i monti Erei, il capoluogo più alto di Italia e d’Europa: Enna, che deve le sue origini a periodi remotissimi.

Nei pressi del lago di Pergusa esistono infatti resti di un villaggio fortificato, tra le cui mura ancora fruibili, spicca un tempio di epoca greca, dedicato alla dea Kore (Demetra), oltre che una necropoli.

I reperti sono custoditi nel Museo Archeologico Regionale e in quello Alessi di Enna.

Con la successiva dominazione sicula la città di Henna diventa, per la sua posizione strategica un centro importante il c.d. umbilicus Siciliae, tanto da essere successivamente terra di dominazione greca prima, romana poi.

Più in là con il tempo fu un baluardo bizantino fino all’858 d.C., quando conquistata dagli Arabi diventò Qaṣr Yānī, nome arabo medievale, derivato da Qasr-Enna (Castello di Enna) o Castrum Hennae.

I Normanni la fortificarono ulteriormente. Federico II di Svevia la amò tanto, da costruirvi il maestoso castello che domina la città.

A quasi un mese dalla nostra partenza sulla via di Goethe, siamo arrivati a questo “Belvedere della Sicilia“, che con i suoi panorami a 360° ci fa godere della vista dell’Etna, dei laghi e delle verdeggianti colline circostanti.

Ci fermeremo qualche giorno, a differenza di Goethe che vi sostò solo per dormirvi in una notte di pioggia, sì da ammirare alcuni degli oltre 10 momunenti tra cui: il Castello di Lombardia di epoca normanna di cui restano solo le mure esterne e i 3 cortili, fu prima residenza di re Ruggero II e secoli dopo residenza estiva di re Federico II di Svevia, che amava ritirarsi a Enna per sfuggire alle torride estati siciliane e dedicarsi alla caccia nei dintorni.

Di fronte al castello si erge la statua del siciliano Euno che nel 134 a.C. guidò la rivolta degli schiavi siculi contro i Romani, da lì a pochi passi s’innalza, la Rocca di Cerere, un promontorio roccioso su cui sorgeva un antico santuario dedicato al culto di Demetra (Cerere per i Romani).

Nel cuore dell’ombelico siciliano intitolato a Maria Santissima della Visitazione, c’è il Duomo medioevale, anche se la chiesa è stata rimaneggiata nel 1500, mentre la torre campanaria risale al 1600. L’interno presenta un magnifico soffitto a cassettoni e un pavimento in maiolica con scene del Vecchio Testamento.

Innanzi al Duomo ammiriamo la chiesa barocca dedicata a San Michele Arcangelo, con pianta ellittica, perché secondo la tradizione fu realizzata sul luogo in cui gli Arabi, appena impadronitisi di Enna nell’859 d. C. costruirono la prima moschea.

Altri monumenti che valgano una visita: Palazzo Varisano che accoglie l’attuale museo archeologico; la Chiesa di Santa Chiara; Palazzo Pollicarini e la Fontana del Ratto di Proserpina, che richiama al mito più celebre legato sia a questo territorio, che all’intera Sicilia: “Una giovane di nome Persefone, figlia di Demetra (divinità della terra e dei raccolti), un giorno immersa nella raccolta di fiori sulle rive del lago di Pergusa fu rapita da Ade, dio degli Inferi, che la fece sua sposa negli inferi. La madre, disperata, iniziò a cercarla per 9 giorni trascurando il suo dovere e causando il venire meno delle messi. Zeus, preoccupato, intervenne e rivelò a Demetra dove era stata trascinata la figlia e, in seguito alle suppliche della stessa, il padre degli dei acconsentì che madre e figlia potessero ricongiungersi solo per un periodo dell’anno. Demetra accettò la decisione, ma chiese che quando il suo sguardo fosse stato lontano dall’amata figlia e la tristezza riempito il suo cuore, allora la stessa sorte sarebbe toccata alla terra. Si originarono, così, l’autunno e l’inverno. Con il ritorno di Persefone dagli inferi, invece, la terra avrebbe esultato per la sua presenza, la vegetazione e la fertilità sarebbero riapparse. Sarebbero sbocciati i fiori, gli uccelli sarebbero tornati ai loro nidi, gli alberi avrebbero dato i loro frutti e gli uomini avrebbero giovato di tale ricchezza. Ebbero origine, in tal modo, la primavera e l’estate”.

Ritornando al periodo romano e, dopo un breve tragitto, ci troviamo davanti ad un dei più grandi tesori della Sicilia: Piazza Armerina, con la sua Villa Romana del Casale, anch’essa patrimonio UNESCO.

Grazie ai suoi 3.500 metri quadrati di mosaici impeccabilmente conservati, rappresentazioni vivide e dettagliate, di storie di caccia spettacolari, di divinità mitologiche, veniamo immersi nella vita dell’aristocrazia romana.

La sensazione che ci avvolge percorrendo i suoi corridoi è che i tasselli di pietra colorata prendano vita sotto i nostri piedi. E poi ci sono loro: le c.d. Dieci Ragazze in bikini, una vera e propria squadra di atlete, che sembra saltare fuori da uno di quei mosaici, per ricordarci quanto fossero avanti i romani in termini di sport e di benessere fisico.

Uscendo dal sito, Piazza Armerina ci accoglie con chiese antiche, palazzi nobiliari e una piazza centrale, che sembra fatta apposta per perdersi tra un caffè e l’altro, magari curiosando tra le botteghe degli artigiani locali.

Ogni anno dal 12 al 14 di agosto si svolge una delle più imponenti rievocazioni storiche del Meridione: Il Palio dei Normanni che ci avvolge in una atmosfera medioevale.

L’evento celebra l’arrivo del Conte Ruggero d’Altavilla e la liberazione dai saraceni. La giostra cavalleresca tra i 4 quartieri storici (Monte, Canali, Castellina e Casalotto) chiude l’evento.

A pochi minuti da Enna si apre un’altra finestra, sta volta di epoca diversa, che ci mostra al di là del davanzale, il Villaggio Bizantino: un insediamento costituito da abitazioni scavate nella roccia e da antiche chiesette rupestri con tracce di affreschi.

Altri 6 siti consentono di annoverare Calascibetta tra i più importanti bacini archeologici della Sicilia centrale, soprattutto in relazione al periodo preistorico.

Restando nell’interland dovrebbe venirci in aiuto Arianna con il suo filo, prima di avventuraci nel labirintico borgo medioevale di Calascibetta, con le sue stradine strette e curve che esploreremo alla delle oltre 15 chiesette nascoste.

Nel borgo furono costruite per volontà del Conte Ruggero nell’anno di salvezza 1072 anche le chiese-fortezze, per contrastare le città di Catania, Marsala ed Enna, rimaste in mano agli arabi.

Proprio nel 1072, iniziò la costruzione della basilica di San Pietro, che presentava all’esterno un aspetto turrito, grazie ai suoi 4 torrioni.

In cima al monte Xibet (Scibet) spiccava, inoltre, un fortilizio edificato dall’emiro Abul El-Abbas nell’anno 237 dell’Egira, questo era racchiuso in un triangolo ai cui vertici erano 3 torri, disposte in direzione dei tre Valli, in cui era stata divisa la Sicilia dai conquistatori arabi.

Da non perdere ancora “Via Carcere“: esempio tipico dell’insediamento rupestre xibetano, i cui primi abitanti del monte Xibet risiedevano in numerose grotte e caverne, utilizzate come rifugi o per altri usi.

Grazie alla loro esposizione a sud-ovest, i locali scavati nella roccia erano asciutti e riscaldati nelle ore diurne. In questo quartiere si inserisce l’antico Monastero dei Domenicani.

Dovendo proseguire il nostro itinerario verso Aidone, prima dell’arrivo dobbiamo procurarci un vocabolario gallo-italico.

E sì, perché in Sicilia esistono due isole linguistiche: quella Albanese o Arbëreshë, situata nella provincia di Palermo, la lingua è stata portata dagli esuli Balcani tra il XV e il XVIII secolo; e quella gallo-italica nata tra l’XI e il XIII secolo ad Aidone, Nicosia, Sperlinga, Piazza Armerina, Valguarnera Caropepe (EN); San Fratello, Acquedolci, San Piero Patti, Novara di Sicilia, Fondachelli-Fantina, Montalbano Elicona (ME), oltre a Randazzo (CT).

Portata dai coloni del nord Italia (Piemonte-Lombardia) durante la dominazione normanna, tale lingua si distingue per caratteristiche fonetiche e lessicali uniche, diverse dal siciliano. È ancora parlata tra gli abitanti delle comunità sopra citate.

Ad Aidoneus, appellativo del dio Ade-Plutone, che dopo aver rapito Persefone, avrebbe sostato sul colle di Aidone, si deve forse il nome della città. Un’altra ipotesi trae l’origine dal termine arabo Ayn dun, nel significato di “sorgente superiore”, giustificato dalla presenza di sorgenti di acqua in tutto il territorio.

Il borgo è ricco di notevoli punti di interesse quali: il Castellaccio; la Torre Adelasia; la Chiesa di Santa Maria La Cava; la Chiesa madre di San Lorenzo e il Museo Archeologico.

Quest’ultimo custodisce i reperti ritrovati nella vicina Morgantina, antica città siculo-greca, il cui sito archeologico fu riportata alla luce nell’autunno del 1955.

Le tracce più antiche di frequentazione del sito, però, appartengono alla prima età del bronzo (2100 -1600 a.C.).

A partire dal XIV secolo a.C. la popolazione dei Siculi (Sicilia), provenienti dall’Italia centrale, raggiunse la Sicilia, cacciando gli indigeni nella parte occidentale; si cunta: “un gruppo di Morgeti guidato dal mitico re Morgete, fondò nel X secolo a.C. la città di Morgantina, sul colle della Cittadella”.

Nella seconda metà del VI secolo a.C. i greci di origine calcidese si insediarono nella città convivendo pacificamente con i precedenti abitanti, come testimoniano la mescolanza di elementi culturali nei corredi funebri.

Ma il massimo splendore della città, alleata dei Romani, fu raggiunto durante il lungo regno di Gerone II (275-215 a.C.) quando arrivò a contare circa 10.000 abitanti. Morto il re, Morgantina e le altre città siciliane passarono ai cartaginesi.

Della città ellenistica restano: diversi edifici pubblici, per lo più intorno alla piazza dell’Agorà”, il duplice “santuario dell’Agorà”, il granaio pubblico, la “Grande Fornace”, il teatro e il Macello romano e importanti abitazioni, riccamente ornate da mosaici …….Morgantina vale indubbiamente una visita, ultimata la quale non ci resta che rimetterci in cammino verso l’entroterra: Caltanissetta.

Lì rincontreremo Goethe, che volle vedere i campi di grano, che rendevano la Sicilia il “granaio di Roma“.

 

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